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Covid-19 e il rapporto con il cibo: come comportarsi?

In questo periodo complicato, che è la lotta al COVID-19, abbiamo voluto proporvi una ricerca mirata sul rapporto che ci può essere tra il virus responsabile della patologia e la qualità della nostra alimentazione

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Secondo un rapporto del World Economic Forum in Italia si vive mediamente 83,4 anni. Gli stessi hanno stilato anche una classifica di longevità europea. Italia e Spagna sono risultate i paesi più longevi [1]. Quale sarà il segreto che ci contraddistingue dagli altri paesi meno fortunati? E se vi dicessi che questa fonte, cantata in un’infinità di poemi da tutte le popolazioni della storia, si trova nella vostra cucina? Lì sta il segreto della lunga vita.

Infatti, alcuni studi hanno dimostrato che le migliori diete in assoluto utilizzate nel nostro pianeta sono essenzialmente tre. La dieta Mediterranea, modello nutrizionale riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 2010, che raccoglie le tradizioni alimentari dei paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo. La dieta Okinawa, cioè la pratica alimentare nipponica che prende il nome dall’omonimo arcipelago del Giappone in cui si è potuta osservare un’aspettativa di vita tra le più alte al mondo. Infine abbiamo la dieta Nordica, così chiamata perché prende a riferimento le abitudini alimentari dei paesi scandinavi, e che fu molto utile al mantenimento di un ottimo profilo lipidico, quindi alla giusta assunzione di grassi in termini tanto di qualità come di quantità.

Nel mese di Gennaio 2021, come ogni anno, è stata stilata una classifica delle migliori (e peggiori) diete del mondo. La dieta Mediterranea si è classificata al primo posto per il quarto anno consecutivo. Un primo posto non facile da meritarsi, poiché numerosissimi sono gli aspetti analizzati di ciascun tipo di dieta, percentuale di perdita di peso, mantenimento del peso corporeo, sicurezza della dieta e tanti altri.

Secondo la ricerca riportata da US News, ispirata dall’osservazione che le persone nel Mediterraneo vivono vite più lunghe e più sane, quello che si può definire come un vero e proprio stile di vita, ha il potenziale per prevenire le malattie croniche e aumentare la longevità. La dieta Mediterranea è povera di zuccheri, carne rossa e grassi saturi, ma ricca di verdure, frutta fresca e secca [2]. Altri punti forti della nostra dieta sono l’utilizzo di olio di oliva come apporto di grassi e il consumo di pesce tipico delle nostre zone, preziosa fonte di omega-3.

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Tutte queste caratteristiche sono per noi la chiave della longevità. In particolare i cereali integrali sono principalmente fonte di carboidrati, ma anche di proteine e grassi in minor misura. I grassi dell’olio di oliva, come tutti quelli di origine vegetale, rientrano tra quelle sostanze capaci di migliorare il nostro profilo lipidico, proteggendo il nostro sistema cardiovascolare e non solo. Sono, infatti, responsabili dell’aumento del cosiddetto “colesterolo buono”, cioè le HDL, le lipoproteine ad alta densità, capaci di spazzare via le LDL, conosciute anche come “colesterolo cattivo”, generalmente responsabili dell’occlusione dei vasi sanguigni, e grazie al loro metabolismo riescono a produrre fattori contro l’infiammazione cronica.

Al contrario, i grassi di origine animale, oltre a contribuire all’aumento delle LDL, condividono con i grassi vegetali lo stesso ciclo metabolico e, quando vi entrano, alimentano la produzione di mediatori dell’infiammazione e altri segnali nocivi all’interno del nostro organismo. In altre parole è come se lanciassero continuamente il nostro organismo in allarme. Una cosa da non sottovalutare perché responsabile, al lungo andare, di gravi danni al sistema vascolare e in generale al nostro metabolismo. Sono sempre più comuni i casi di colesterolemia e glicemia elevati, siamo quasi abituati a queste patologie, strettamente legate per altro ai danni da infiammazione cronica, quasi fosse normale ad una certa età soffrirne.

Da quanto detto fin ora è chiaro ancora una volta che “siamo quel che mangiamo” e una dieta sana ci aiuterà sicuramente ad essere altrettanto sani. In questo periodo difficile, caratterizzato dalla guerra senza quartiere contro il COVID-19, è utile capire se la dieta può influire o no nello svilupparsi della patologia e nel suo progredire. Anche se è stato stabilito che il diabete è prevalente nei pazienti con COVID-19 e può portare a sintomi clinici gravi, non è stato ancora accertato se influisce sulla suscettibilità alle infezioni virali e se questi sintomi sono un risultato diretto esclusivamente del diabete o anche dei problemi renali e cardiovascolari solitamente associati a esso.

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L’associazione tra diabete e suscettibilità al virus non è ben chiara nella SARS-CoV-2, mentre lo è in altre varianti della famiglia dei Coronavirus, come MERS-CoV e SARS-CoV. Secondo uno studio sulla MERS, è stata osservata una patologia polmonare più grave e prolungata nei modelli di topo diabetico di tipo due. Ciò era dovuto a una errata regolazione immunitaria [3]. A sostegno di ciò, uno studio ha suggerito che SARS-CoV si leghi ai recettori ACE2 nelle isole pancreatiche, cioè il nostro produttore d’insulina naturale, danneggiandolo e portando quindi al diabete acuto [4]. Questo è il caso contrario in cui è l’infezione virale a causare effettivamente il diabete.

Meccanismi simili possono applicarsi anche all’infezione da SARS-CoV-2, considerando che entrambi i virus utilizzano lo stesso recettore. Questo fenomeno è stato osservato anche con i virus dell’influenza A, dove è stato dimostrato che sono in grado di infettare le cellule pancreatiche umane e di indurre il diabete in modelli animali [5]. Di conseguenza l’iperglicemia può portare a sua volta a uno squilibrio immunitario, portando a una sorta di circolo vizioso [6]. Al contrario, l’ipoglicemia è stata segnalata almeno una volta in circa il 10% dei pazienti con COVID-19 con diabete di tipo due [7].

L’ipoglicemia è stata associata alla mobilizzazione dei monociti pro-infiammatori e all’aumento della reattività piastrinica [6]. Pertanto, non è ancora chiaro se l’iperglicemia o l’ipoglicemia conducano a scarsi risultati clinici nei pazienti COVID-19 e se sia lui stesso la sorgente dello sbalzo glicemico, tanto in eccesso come in difetto. L’altra sospettata di complicità al COVID -19 è l’obesità, un’altra grande piaga globale che dilaga senza limiti. L’eccessiva obesità, tra le altre cose, può portare a varie malattie croniche come il diabete e l’ipertensione [8]. Possiamo già vedere quindi come diabete, obesità e ipertensione siano molto legati tra loro a formare un potente circolo vizioso.

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L’obesità è responsabile di produrre risposte infiammatorie esagerate, malfunzionamento del sistema immunitario e squilibrio del microbiota intestinale. Tutto ciò ovviamente ci porterà alla riduzione dell’immunità, compresa quella antivirale [9]. Grazie a uno studio fatto in Messico, si è scoperto che l’obesità è la prima, seguita da diabete e ipertensione, ad aumentare la predisposizione al COVID-19 e la gravità della patologia stessa [10]. Infatti, uno studio su 30 soggetti COVID-19 ha riportato che i pazienti con un BMI (indice di massa corporea) più alto hanno manifestato sintomi più gravi rispetto a quelli con BMI inferiore [11].

Queste patologie derivanti dall’obesità influenzano il sistema renina-angiotensina, un meccanismo finissimo che regola la pressione sanguigna, determinando, ancora una volta, squilibrio metabolico ed eccessiva risposta infiammatoria [9]; di conseguenza, i pazienti obesi con COVID-19 possono manifestare sintomi gravi. L’obesità è anche associata a una cattiva regolazione nella produzione di adipochine, una sorta di messaggio di allarme che stimola l’infiammazione, prodotto dal tessuto adiposo [8]. In realtà ci sono poi moltissimi altri segnali dell’infiammazione prodotti in eccesso e osservati in pazienti COVID-19, affetti da obesità.

Dando uno sguardo generale quindi, questi dati suggeriscono un possibile meccanismo in cui l’obesità può influenzare la gravità clinica del COVID-19. Come abbiamo detto quindi, c’è un filo che lega abitudini alimentari, obesità, diabete e COVID-19. Questo filo, chiamato non a caso “l’organo dimenticato”, è il microbiota intestinale. Si tratta di tutti quei microorganismi che popolano il nostro intestino. Il loro compito è digerire quelle sostanze che noi non possiamo digerire e rilasciare tante sostanze dal valore inestimabile, in termini di benefici per noi. Quando si parla di COVID-19, la prima cosa che ci viene in mente è la fortissima infezione, seguita da un altrettanto forte infiammazione, che subiscono le nostre vie respiratorie.

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Nonostante questo, l’RNA, cioè il materiale genetico, del SARS-CoV-2  è stato rilevato nelle feci di alcuni pazienti con COVID-19. L’attività infettiva del virus nel tratto gastrointestinale è in gran parte sconosciuta. In uno studio si è cercato di chiarire questo aspetto di SARS-CoV-2 e la sua associazione con le alterazioni del microbioma fecale in pazienti con COVID-19. Sette (46,7%) dei quindici pazienti malati, presi per questo studio, avevano positività delle feci al virus, anche in assenza di manifestazioni gastrointestinali. Di questi sette, tre hanno continuato a mostrare segni di infezione virale attiva fino a 6 giorni dopo l’eliminazione di SARS-CoV-2 dai campioni respiratori.

I campioni fecali caratterizzati da un’elevata infettività SARS-CoV-2 presentavano quantità maggiori di specie batteriche come Collinsella aerofaciens, Collinsella tanakaei, Streptococcus infantis, Morganella morganii. Una popolazione batterica diversa dal comune microbiota intestinale di una persona sana. I campioni fecali con segni molto bassi di infettività di SARS-CoV-2, al contrario, avevano una maggiore abbondanza di batteri salutari per il nostro organismo, come Parabacteroides merdae, Bacteroides stercoris, Alistipes onderdonkii e Lachnospiraceae. Il microbiota intestinale dei pazienti con infezione gastrointestinale era più ricco di agenti patogeni opportunistici, cioè nocivi, e povero di batteri salutari [12].

Questo studio ha aperto la strada per nuove ricerche sull’interazione tra il virus SARS-CoV-2, il microbiota intestinale e la nostra salute, facendoci anche capire come curare il proprio intestino e la propria dieta possa aiutarci persino in malattie che, almeno apparentemente, poco hanno a che fare con questo.

Laureato in Farmacia e Farmacia Industriale presso l’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti e Pescara. Farmacista territoriale, dapprima a Roma e attualmente a Foggia; studente iscritto presso la facoltà di Scienze della Nutrizione. “Ritengo che in questa epoca di oscurità conoscitiva, data dall’eccesso di notizie, fake news, vi sia la necessità di una divulgazione scientifica che possa essere una spinta ed un supporto verso la conoscenza”.