In Congo l’origine dell’Aids, ricostruita grazie a genoma


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E’ scoccata in Congo, negli anni Venti del secolo scorso, la prima scintilla della pandemia di Hiv: da lì è divampato il violento ‘incendio’ che finora ha causato più di 75 milioni di contagi in tutto il mondo. Un flagello che nessun farmaco sembra ancora in grado di debellare: proprio in Italia si è registrato il secondo caso al mondo di guarigione ‘apparente’ in un bambino che, dopo essersi liberato del virus per tre anni grazie alle terapie, è tornato ad essere nuovamente sieropositivo.

”L’infezione da Hiv non è ad oggi da considerarsi guaribile”, spiega amaramente Mario Clerici, l’immunologo dell’Università di Milano e della Fondazione Don Gnocchi che con il suo gruppo di ricerca pubblica sulla rivista The Lancet il caso del bambino curato senza successo all’Ospedale Sacco di Milano. ”Malgrado i farmaci a nostra disposizione possano diminuire la morbilità e la mortalità – aggiunge – al momento non sono in grado di eliminare veramente il virus. La ricerca di una cura deve continuare”. Lo sforzo della comunità scientifica dunque continua, e si arricchisce anche grazie alla ricerca condotta da un altro gruppo di esperti, coordinati dall’università belga di Lovanio, che hanno puntato dritto alla ‘culla’ africana in cui la pandemia ebbe origine quasi un secolo fa.

Per localizzarla nello spazio e nel tempo, i ricercatori hanno analizzato varie sequenze del genoma del virus Hiv-1 appartenente al gruppo M (il più diffuso), incrociando queste informazioni con dati epidemiologici e geografici. Il loro studio, pubblicato su Science, dimostra che il contagio globale è partito negli anni Venti da Kinshasa, l’attuale capitale della Repubblica democratica del Congo: il rapido sviluppo della città africana, trasformata in quel tempo in un crocevia di viaggiatori e commerci, avrebbe scatenato la ‘tempesta perfetta’ alla base della diffusione del virus. ”I dati genetici ci dicono che tra gli anni ’30 e ’50 il virus si è diffuso rapidamente nel Congo grazie alle persone che viaggiavano lungo le linee ferroviarie e le vie d’acqua per raggiungere Mbuji-Mayi e Lubumbashi nel sud e Kisangani nel nord”, spiega il coordinatore dello studio Nuno Faria. ”Questo ha permesso la formazione di focolai secondari in centri ben collegati con gli altri Paesi africani del sud e dell’est. Pensiamo che con i cambiamenti sociali avvenuti negli anni ’60 con l’indipendenza – conclude – il virus abbia iniziato a infettare una popolazione sempre maggiore”.

 

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